
La storia di giovanni palatucci
PALATUCCI Giovanni – Nacque a Montella (Avellino) il 29 maggio 1909, unico maschio dei tre figli di Felice e di Angelina Molinari.
Fu battezzato l’indomani nella chiesa di S. Silvestro. Nel Registro degli atti di nascita del Comune di Montella, anno 1909, c. 91, erroneamente lo si indicò nato il 31: in seguito i biografi attribuirono il disguido a un mero errore materiale.
La famiglia Palatucci era molto religiosa; due zii paterni, Antonio e Alfonso, furono francescani, un terzo, Giuseppe Maria, divenne vescovo di Campagna (Salerno) il 28 novembre 1937. L’ambiente familiare influenzò l’animo di Giovanni, inculcandogli abnegazione e amore per il prossimo.
Compì i primi studi a Montella e li proseguì al ginnasio Dionisio Pascucci a Dentecane, frazione di Pietradefusi (Avellino); si iscrisse poi al liceo classico Pietro Giannone di Benevento, ma al termine del primo anno si ritirò a causa di contrasti con i docenti, dopo aver preso le difese di alcuni compagni che riteneva vessati ingiustamente; continuò gli studi privatamente nel collegio Serafico di Ravello (Salerno), di cui era rettore lo zio Giuseppe Maria, e conseguì la maturità da privatista al liceo Torquato Tasso di Salerno il 23 novembre 1928.
Si iscrisse al corso di laurea in giurisprudenza all’Università di Napoli, dalla quale si trasferì a quella di Torino allorché, per assolvere il servizio militare, entrò volontario nella scuola allievi ufficiali di complemento a Moncalieri (Torino), che frequentò dal 26 gennaio 1930 al 21 febbraio 1931. Il 16 dicembre 1932 si laureò all’Università di Torino con la tesi Il rapporto di causalità nel diritto penale, relatore Eugenio Florian (pubblicata nel 2004 a Montella, a cura del nipote Antonio De Simone Palatucci).
Dopo il tirocinio presso lo studio dell’avvocato Luigi Mazzoleni di Torino, superò l’esame di procuratore legale, ma anziché intraprendere la carriera forense – come consigliato da Mazzoleni e nei desideri del padre – nei primi mesi del 1936 presentò domanda per entrare in polizia; prese servizio il 3 agosto alla questura di Genova come vicecommissario aggiunto in prova e dal febbraio all’aprile 1937 frequentò il XIV corso presso la Scuola di formazione per funzionari di Pubblica Sicurezza a Roma; a fine corso fu confermato vicecommissario aggiunto e riprese servizio a Genova il 7 maggio. Qui rilasciò un’intervista che il 26 luglio 1937 apparve anonima su un giornale cittadino (si ignora la testata, ma è noto il contenuto [fascicolo personale nell’Arch. centrale dello Stato]), in cui criticava la polizia, accusandola di burocratismo e di essere lontana dai problemi dei cittadini; l’intervista suscitò scalpore tra i suoi superiori che vennero presto a conoscenza dell’identità dell’autore: fortemente biasimato, Palatucci rischiò l’espulsione, ma ci si limitò a trasferirlo alla questura di Fiume, dove giunse il 15 novembre 1937.
Divenuta drammatica nel 1938, a seguito del cosiddetto Manifesto della razza del 15 luglio e delle cosiddette Leggi razziali del 17 novembre, la posizione dei cittadini italiani di origine ebraica, Palatucci, che era a capo dell’ufficio stranieri della questura, si prodigò per portare aiuto a loro e agli ebrei stranieri che, abbandonando i territori soggetti ai tedeschi, chiedevano di poter entrare in Italia attraverso il valico di Fiume (Sorani, 1983, p. 124; Raimo, 1992, p. 60 ss.; Polizia di Stato 2002, pp. 27 s., 33; Picariello, 2007, p. 54 ss.). Queste azioni durarono fino all’8 settembre 1943. Non potendo rilasciare documenti con i dati reali (razza, nazionalità ecc.), Palatucci fornì visti di transito e passaporti falsi (Sorani, 1983, p. 124; Raimo, 1992, p. 104; Coslovich, 2001, p. 17; Polizia di Stato, 2002, p. 83) e tentò di impedire la deportazione nei centri di internamento italiani degli ebrei che si trovavano a Fiume, come residenti o in transito; quando ciò non fu possibile, cercò per lo meno di farli avviare verso il campo di internamento di Campagna (Salerno), che si trovava nella diocesi dello zio vescovo e, addirittura, era installato all’interno di una struttura della Curia (Picariello, 2007, p. 83): lì sapeva che le condizioni di vita degli internati sarebbero state alleviate dallo zio, con il concorso della popolazione locale (Raimo 1992, pp. 65 s., 70 ss.; Coslovich, 2001, p. 18; Picariello 2007, pp. 81-88).
Quando, dopo l’8 settembre 1943, i tedeschi presero possesso di Fiume, le loro forze di polizia avocarono le funzioni della questura, relegando al ruolo di mera esecuzione di ordini la polizia italiana, alla quale furono sequestrati armi, munizioni e automezzi. Gli altri funzionari della polizia di Fiume si fecero allora trasferire presso sedi dislocate nella neonata Repubblica sociale italiana, ma Palatucci preferì restare. Rimasto il più alto in grado, gli vennero affidate le funzioni di vicequestore (con lett. prot. 14569/Gab. del 28 febbraio 1944 della Questura di Fiume, conservata ll’Arch. centrale dello Stato). Poté così continuare a soccorrere i profughi ebrei, sottraendoli anche alla deportazione nei campi allora esistenti in Italia.
Violando le leggi razziali vigenti, Palatucci si esponeva a gravi rischi ma, pur avendone la possibilità, non volle porsi in salvo in Svizzera, come gli fu proposto da un console svizzero suo amico (tra i biografi c’è disaccordo pure sulla sua identità): col pretesto di una missione da svolgere presso il governo della RSI, accompagnò la fidanzata ebrea Mika (Mikela) Eisler e sua madre al confine con la Svizzera, ma non le seguì (Coslovich, 2001, p. 22; Picariello, 2007, p. 227) e tornò invece a Fiume.
Venuto sempre più in sospetto alle autorità militari tedesche, arrivò perfino a distruggere gli elenchi degli ebrei in suo possesso (Raimo, 1992, p. 104 ss.; Polizia di Stato, 2002, p. 83), in modo da renderne impossibile l’individuazione e la cattura, finché, per ordine del tenente colonnello della Gestapo Herbert Kappler, nella notte fra il 12 e il 13 settembre 1944 fu arrestato con l’accusa di collaborazione e intelligenza con il nemico. Rinchiuso per circa un mese nel carcere Coroneo di Trieste, venne poi tradotto al KZL (Konzentrationslager) di Dachau, dove giunse il 22 ottobre 1944; gli fu tatuata sul braccio la matricola 117826, fu assegnato alla baracca 25 e, in quanto internato politico di nazionalità italiana, indossò una casacca con un piccolo triangolo rosso avente al centro la lettera I.
Morì il 10 febbraio 1945 per l’epidemia di tifo petecchiale che imperversava nel campo dal dicembre precedente e fu sepolto nella fossa comune sulla collinetta di Leitenberg, situata a circa un chilometro dal campo di concentramento.

The story of giovanni palatucci
PALATUCCI Giovanni. He was born in Montella (Avellino) on May 29, 1909, the only male among the three children of Felice and Angelina Molinari. He was baptized the following day in the church of San Silvestro. In the birth registry of the Municipality of Montella for the year 1909 (sheet 91), his date of birth was mistakenly recorded as May 31; biographers later attributed this discrepancy to a mere clerical error.
The Palatucci family was deeply religious. Two paternal uncles, Antonio and Alfonso, were Franciscans, while a third, Giuseppe Maria, became the Bishop of Campagna (Salerno) on November 28, 1937. The family environment profoundly influenced Giovanni’s character, instilling in him a sense of self-sacrifice and love for his neighbor.
Education and Military Service
He completed his primary education in Montella and continued his studies at the Dionisio Pascucci junior high school in Dentecane, a hamlet of Pietradefusi (Avellino). He then enrolled at the Pietro Giannone classical high school in Benevento. However, at the end of his first year, he withdrew following conflicts with the teachers, after stepping in to defend some classmates he believed were being unjustly harassed. He continued his studies privately at the Seraphic College of Ravello (Salerno), where his uncle Giuseppe Maria was rector, and obtained his high school diploma (maturità) as a private candidate at the Torquato Tasso high school in Salerno on November 28, 1928.
He enrolled in the law degree program at the University of Naples, from which he transferred to the University of Turin. To complete his military service, he entered as a volunteer at the reserve officer training school in Moncalieri (Torino), which he attended from January 26, 1930, to February 21, 1931. On December 16, 1932, he graduated from the University of Turin with a thesis titled The Causal Relationship in Criminal Law, under the supervision of Eugenio Florian (published in Montella in 2004, edited by his nephew Antonio De Simone Palatucci).
Entry into the Police Force and Transfer to Fiume
After completing his traineeship at the law firm of attorney Luigi Mazzoleni in Turin, he passed the bar exam to become a practicing lawyer (procuratore legale). However, instead of pursuing a career in law—as advised by Mazzoleni and desired by his father—in the early months of 1936, he applied to join the police force.
He took up service on August 3 at the Genoa police headquarters (questura) as an assistant deputy commissioner on probation. From February to April 1937, he attended the 14th training course at the School for Public Security Officials in Rome. At the end of the course, he was confirmed as an assistant deputy commissioner and resumed his duties in Genoa on May 7.
Here, he gave an interview that appeared anonymously in a local newspaper on July 26, 1937 (the newspaper itself is unknown, but its content is documented in his personal file in the Central State Archives). In the interview, he criticized the police force, accusing it of bureaucratic inertia and of being disconnected from the citizens’ problems. The interview caused a stir among his superiors, who quickly discovered the identity of the author. Highly censured, Palatucci risked expulsion, but authorities limited his punishment to a transfer to the police headquarters of Fiume, where he arrived on November 15, 1937.
Aid to Jewish Refugees (1938–1943)
The situation of Italian citizens of Jewish origin became dramatic in 1938 following the so-called “Manifesto of Race” on July 15 and the “Racial Laws” of November 17. Palatucci, who was head of the foreign office at the police headquarters, spared no effort to aid them and the foreign Jews who, fleeing territories under German control, sought entry into Italy through the Fiume border crossing (Sorani, 1983, p. 124; Raimo, 1992, p. 60 ff.; Polizia di Stato 2002, pp. 27 f., 33; Picariello, 2007, p. 54 ff.). These efforts continued until September 8, 1943.
Unable to issue documents containing real data (such as race or nationality), Palatucci provided transit visas and forged passports (Sorani, 1983, p. 124; Raimo, 1992, p. 104; Coslovich, 2001, p. 17; Polizia di Stato, 2002, p. 83). He also tried to prevent the deportation of Jews residing in or transiting through Fiume to Italian internment centers. When this proved impossible, he sought at the very least to have them sent to the Campagna internment camp (Salerno). Located within his uncle’s diocese, this camp was housed in a facility belonging to the Curia (Picariello, 2007, p. 83). He knew that the living conditions of the internees there would be eased by his uncle, with the support of the local population (Raimo 1992, pp. 65 f., 70 ff.; Coslovich, 2001, p. 18; Picariello 2007, pp. 81-88).
The German Occupation and Later Years
When the Germans took control of Fiume after September 8, 1943, their police forces took over the functions of the local police headquarters, reducing the Italian police—whose weapons, ammunition, and vehicles were confiscated—to a role of mere execution of orders. While other police officials in Fiume arranged transfers to offices located in the newly formed Italian Social Republic (RSI), Palatucci chose to stay.
As the highest-ranking officer remaining, he was assigned the duties of deputy commissioner (vicequestore) (under official letter prot. 14569/Gab. dated February 28, 1944, from the Fiume Police Headquarters, preserved in the Central State Archives). This allowed him to continue aiding Jewish refugees, saving them from deportation to camps then operating in Italy.
By violating the prevailing racial laws, Palatucci exposed himself to grave risks. Yet, despite having the opportunity, he refused to escape to safety in Switzerland as proposed by a Swiss consul who was his friend (biographers also disagree on this person’s identity). Under the pretext of a mission to the RSI government, he accompanied his Jewish fiancée Mika (Mikela) Eisler and her mother to the Swiss border, but he did not follow them (Coslovich, 2001, p. 22; Picariello, 2007, p. 227) and instead returned to Fiume.
Arrest, Deportation, and Death
Becoming increasingly suspected by the German military authorities, he went so far as to destroy the lists of Jews in his possession (Raimo, 1992, p. 104 ff.; Polizia di Stato, 2002, p. 83) to make their identification and capture impossible. Finally, by order of Gestapo Lieutenant Colonel Herbert Kappler, he was arrested on the night between September 12 and 13, 1944, on charges of collaboration and intelligence with the enemy.
Imprisoned for about a month in the Coroneo prison in Trieste, he was then deported to the Dachau Concentration Camp (KZL), arriving on October 22, 1944. The serial number 117826 was tattooed on his arm, and he was assigned to barrack 25. As an Italian political prisoner, he wore a jacket marked with a small red triangle with the letter “I” in the center.
He died on February 10, 1945, from the epidemic of typhus (typhus exanthematicus) that had been raging in the camp since the previous December. He was buried in a mass grave on the hill of Leitenberg, located about one kilometer from the concentration camp.

L' histoire de giovanni palatucci
PALATUCCI Giovanni. Il naquit à Montella (Avellino) le 29 mai 1909, fils unique des trois enfants de Felice et d’Angelina Molinari. Il fut baptisé le lendemain en l’église San Silvestro. Dans le registre des actes de naissance de la commune de Montella pour l’année 1909 (feuillet 91), sa date de naissance fut inscrite par erreur au 31 mai ; par la suite, ses biographes attribuèrent ce décalage à une simple erreur matérielle.
La famille Palatucci était très religieuse : deux oncles paternels, Antonio et Alfonso, étaient franciscains, tandis qu’un troisième, Giuseppe Maria, devint évêque de Campagna (Salerne) le 28 novembre 1937. Le milieu familial influença profondément l’esprit de Giovanni, lui inculquant l’abnégation et l’amour du prochain.
Études et service militaire
Il fit ses premières études à Montella et les poursuivit au collège Dionisio Pascucci à Dentecane, un hameau de Pietradefusi (Avellino). Il s’inscrivit ensuite au lycée classique Pietro Giannone de Bénévent, mais à la fin de la première année, il se retira à la suite de différends avec les enseignants, après avoir pris la défense de camarades qu’il estimait injustement harcelés. Il poursuivit ses études à titre privé au collège séraphique de Ravello (Salerne), dont son oncle Giuseppe Maria était le recteur, et obtint son baccalauréat (maturità) en candidat libre au lycée Torquato Tasso de Salerne le 23 novembre 1928.
Il s’inscrivit en licence de droit à l’Université de Naples, d’où il fut transféré à celle de Turin lorsque, pour accomplir son service militaire, il s’engagea comme volontaire à l’école des officiers de réserve à Moncalieri (Turin), qu’il fréquenta du 26 janvier 1930 au 21 février 1931. Le 16 décembre 1932, il obtint son diplôme de l’Université de Turin avec une thèse intitulée Le rapport de causalité en droit pénal, sous la direction d’Eugenio Florian (thèse publiée en 2004 à Montella, sous la direction de son neveu Antonio De Simone Palatucci).
Entrée dans la police et transfert à Fiume
Après son stage au cabinet de l’avocat Luigi Mazzoleni à Turin, il réussit l’examen d’avocat stagiaire (procuratore legale). Cependant, au lieu d’embrasser la carrière d’avocat — comme le lui conseillait Mazzoleni et conformément aux souhaits de son père —, il déposa sa candidature pour entrer dans la police au début de l’année 1936.
Il prit ses fonctions le 3 août à la préfecture de police (questura) de Gênes en tant que commissaire adjoint stagiaire. De février à avril 1937, il suivit le XIVe cours à l’École de formation des fonctionnaires de la Sécurité publique à Rome. À la fin de cette formation, il fut confirmé dans ses fonctions de commissaire adjoint et reprit son service à Gênes le 7 mai.
C’est là qu’il accorda un entretien qui parut anonymement le 26 juillet 1937 dans un journal local (le titre reste inconnu, mais le contenu est documenté dans son dossier personnel aux Archives centrales de l’État). Il y critiquait la police, l’accusant de bureaucratisme et d’être déconnectée des problèmes des citoyens. L’entretien suscita un vif émoi parmi ses supérieurs, qui découvrirent rapidement l’identité de l’auteur. Sévèrement blâmé, Palatucci risqua l’exclusion, mais les autorités se contentèrent de le muter à la préfecture de Fiume, où il arriva le 15 novembre 1937.
L’aide aux réfugiés juifs (1938-1943)
Devenue dramatique en 1938 à la suite du “Manifeste de la race” du 15 juillet et des “Lois raciales” du 17 novembre, la situation des citoyens italiens d’origine juive poussa Palatucci, alors chef du bureau des étrangers de la préfecture, à se dépenser sans compter pour leur venir en aide, ainsi qu’aux Juifs étrangers qui, fuyant les territoires sous contrôle allemand, demandaient à entrer en Italie par le point de passage de Fiume (Sorani, 1983, p. 124 ; Raimo, 1992, p. 60 sq. ; Polizia di Stato 2002, p. 27 sq., 33 ; Picariello, 2007, p. 54 sq.). Ces actions se poursuivirent jusqu’au 8 septembre 1943.
Ne pouvant délivrer de documents mentionnant des données réelles (race, nationalité, etc.), Palatucci fournit des visas de transit et de faux passeports (Sorani, 1983, p. 124 ; Raimo, 1992, p. 104 ; Coslovich, 2001, p. 17 ; Polizia di Stato, 2002, p. 83) et s’efforça d’empêcher la déportation vers les centres d’internement italiens des Juifs qui se trouvaient à Fiume, qu’ils y résident ou qu’ils y soient en transit. Lorsque cela s’avérait impossible, il tentait à tout le moins de les faire diriger vers le camp d’internement de Campagna (Salerne), situé dans le diocèse de son oncle évêque et même installé au sein d’une structure de la Curie (Picariello, 2007, p. 83) : il savait que là-bas, les conditions de vie des internés seraient adoucies par son oncle, avec le concours de la population locale (Raimo 1992, p. 65 sq., 70 sq. ; Coslovich, 2001, p. 18 ; Picariello 2007, p. 81-88).
L’occupation allemande et les choix difficiles
Lorsque, après le 8 septembre 1943, les Allemands prirent le contrôle de Fiume, leurs forces de police s’approprièrent les fonctions de la préfecture italienne, reléguant cette dernière à un rôle de simple exécution des ordres après lui avoir confisqué armes, munitions et véhicules. Les autres fonctionnaires de police de Fiume se firent alors muter dans des bureaux situés dans la toute nouvelle République sociale italienne (RSI), mais Palatucci préféra rester.
Devenu le fonctionnaire le plus haut gradé, il se vit confier les fonctions de sous-préfet de police (vicequestore) (par lettre prot. 14569/Gab. du 28 février 1944 de la préfecture de Fiume, conservée aux Archives centrales de l’État). Il put ainsi continuer à secourir les réfugiés juifs, les soustrayant également à la déportation vers les camps alors existants en Italie.
En violant les lois raciales en vigueur, Palatucci s’exposait à de graves risques. Pourtant, bien qu’il en eût la possibilité, il refusa de se mettre à l’abri en Suisse, comme le lui avait proposé un consul suisse de ses amis (les biographes divergent également sur l’identité de ce dernier). Sous le prétexte d’une mission à accomplir auprès du gouvernement de la RSI, il accompagna sa fiancée juive Mika (Mikela) Eisler et la mère de celle-ci jusqu’à la frontière suisse, mais il ne les suivit pas (Coslovich, 2001, p. 22 ; Picariello, 2007, p. 227) et retourna au contraire à Fiume.
Arrestation, déportation et mort
De plus en plus suspecté par les autorités militaires allemandes, il alla jusqu’à détruire les listes de Juifs en sa possession (Raimo, 1992, p. 104 sq. ; Polizia di Stato, 2002, p. 83) afin de rendre leur identification et leur capture impossibles. Finalement, sur ordre du lieutenant-colonel de la Gestapo Herbert Kappler, il fut arrêté dans la nuit du 12 au 13 septembre 1944 sous l’inculpation de collaboration et d’intelligence avec l’ennemi.
Enfermé pendant environ un mois à la prison du Coroneo à Trieste, il fut ensuite déporté au camp de concentration (KZL) de Dachau, où il arriva le 22 octobre 1944. On lui tatoua sur le bras le matricule 117826, il fut affecté au bloc 25 et, en tant qu’interné politique de nationalité italienne, il porta une veste marquée d’un petit triangle rouge avec la lettre “I” au centre.
Il mourut le 10 février 1945 des suites de l’épidémie de typhus exanthématique qui ravageait le camp depuis le mois de décembre précédent, et fut enterré dans la fosse commune sur la colline de Leitenberg, située à environ un kilomètre du camp de concentration.

la historia de giovanni palatucci
PALATUCCI Giovanni. Nació en Montella (Avellino) el 29 de mayo de 1909, único varón de los tres hijos de Felice y Angelina Molinari. Fue bautizado al día siguiente en la iglesia de San Silvestro. En el Registro de nacimiento del Ayuntamiento de Montella del año 1909 (folio 91), se indicó por error que había nacido el día 31; posteriormente, los biógrafos atribuyeron este desajuste a un mero error de transcripción.
La familia Palatucci era muy religiosa: dos tíos paternos, Antonio y Alfonso, fueron franciscanos, mientras que un tercero, Giuseppe Maria, se convirtió en obispo de Campagna (Salerno) el 28 de noviembre de 1937. El entorno familiar influyó profundamente en el carácter de Giovanni, inculcándole la abnegación y el amor al prójimo.
Estudios y servicio militar
Cursó sus primeros estudios en Montella y los continuó en el colegio de secundaria Dionisio Pascucci en Dentecane, una fracción de Pietradefusi (Avellino). Posteriormente se matriculó en el instituto de bachillerato clásico Pietro Giannone de Benevento, pero al finalizar el primer año se retiró debido a conflictos con los profesores, tras haber salido en defensa de unos compañeros que consideraba que estaban siendo acosados injustamente. Continuó sus estudios de forma privada en el colegio Seráfico de Ravello (Salerno), del cual su tío Giuseppe Maria era rector, y obtuvo el título de bachiller (maturità) por libre en el instituto Torquato Tasso de Salerno el 23 de noviembre de 1928.
Se matriculó en la carrera de Derecho en la Universidad de Nápoles, de la que se trasladó a la de Turín cuando, para cumplir el servicio militar, ingresó como voluntario en la escuela de oficiales de complemento en Moncalieri (Turín), a la que asistió desde el 26 de enero de 1930 hasta el 21 de febrero de 1931. El 16 de diciembre de 1932 se licenció en la Universidad de Turín con la tesis La relación de causalidad en el derecho penal, dirigida por Eugenio Florian (publicada en 2004 en Montella, al cuidado de su sobrino Antonio De Simone Palatucci).
Ingreso en la policía y traslado a Fiume
Tras realizar las prácticas en el despacho del abogado Luigi Mazzoleni en Turín, aprobó el examen de procurador legal (procuratore legale). Sin embargo, en lugar de emprender la carrera judicial —como le aconsejaba Mazzoleni y deseaba su padre—, a principios de 1936 presentó la solicitud para ingresar en la policía.
Comenzó su servicio el 3 de agosto en la jefatura de policía (questura) de Génova como subcomisario adjunto en prácticas, y de febrero a abril de 1937 asistió al XIV curso en la Escuela de formación para funcionarios de Seguridad Pública en Roma. Al finalizar el curso, fue confirmado como subcomisario adjunto y reanudó su servicio en Génova el 7 de mayo.
Allí concedió una entrevista que apareció de forma anónima el 26 de julio de 1937 en un periódico local (se desconoce la cabecera, pero se conserva el contenido en su expediente personal en el Archivo Central del Estado), en la que criticaba a la policía, acusándola de burocratismo y de estar alejada de los problemas de los ciudadanos. La entrevista causó un gran revuelo entre sus superiores, quienes pronto descubrieron la identidad del autor. Fuertemente amonestado, Palatucci corrió el riesgo de ser expulsado, pero las autoridades se limitaron a trasladarlo a la jefatura de Fiume, adonde llegó el 15 de noviembre de 1937.
Ayuda a los refugiados judíos (1938-1943)
La situación de los ciudadanos italianos de origen judío se volvió dramática en 1938, a raíz del llamado “Manifiesto de la Raza” del 15 de julio y de las conocidas como “Leyes Raciales” del 17 de noviembre. Palatucci, que estaba al frente de la oficina de extranjería de la jefatura de policía, se desvivió por ayudarles a ellos y a los judíos extranjeros que, huyendo de los territorios bajo control alemán, solicitaban entrar en Italia a través del paso fronterizo de Fiume (Sorani, 1983, p. 124; Raimo, 1992, p. 60 ss.; Polizia di Stato 2002, pp. 27 s., 33; Picariello, 2007, p. 54 ss.). Estas acciones se prolongaron hasta el 8 de septiembre de 1943.
Al no poder expedir documentos con datos reales (raza, nacionalidad, etc.), Palatucci facilitó visados de tránsito y pasaportes falsos (Sorani, 1983, p. 124; Raimo, 1992, p. 104; Coslovich, 2001, p. 17; Polizia di Stato, 2002, p. 83) e intentó impedir la deportación a los centros de internamiento italianos de los judíos que se encontraban en Fiume, ya fuera como residentes o de paso. Cuando esto no era posible, intentaba al menos que los dirigieran al campo de internamiento de Campagna (Salerno), que se encontraba en la diócesis de su tío obispo e, incluso, estaba instalado dentro de una estructura de la Curia (Picariello, 2007, p. 83): sabía que allí las condiciones de vida de los internos serían aliviadas por su tío, con la ayuda de la población local (Raimo 1992, pp. 65 s., 70 ss.; Coslovich, 2001, p. 18; Picariello 2007, pp. 81-88).
La ocupación alemana y la resistencia interna
Cuando los alemanes tomaron Fiume tras el 8 de septiembre de 1943, sus fuerzas policiales asumieron las funciones de la jefatura italiana, relegando a la policía local —a la que confiscaron armas, municiones y vehículos— a un papel de mera ejecución de órdenes. Mientras los demás funcionarios de la policía de Fiume consiguieron que los trasladaran a oficinas de la recién creada República Social Italiana (RSI), Palatucci prefirió quedarse.
Al quedar como el oficial de mayor rango, se le encomendaron las funciones de subcomisario jefe (vicequestore) (mediante el oficio prot. 14569/Gab. del 28 de febrero de 1944 de la Jefatura de Fiume, conservado en el Archivo Central del Estado). De este modo, pudo seguir socorriendo a los refugiados judíos, salvándolos también de la deportación a los campos que entonces funcionaban en Italia.
Al violar las leyes raciales vigentes, Palatucci se exponía a graves riesgos. Sin embargo, aun teniendo la oportunidad, no quiso ponerse a salvo en Suiza, como le propuso un cónsul suizo amigo suyo (los biógrafos tampoco coinciden en la identidad de este). Con el pretexto de una misión que debía realizar ante el gobierno de la RSI, acompañó a su prometida judía Mika (Mikela) Eisler y a la madre de esta hasta la frontera con Suiza, pero no las siguió (Coslovich, 2001, p. 22; Picariello, 2007, p. 227) y regresó a Fiume.
Arresto, deportación y muerte
Cada vez más bajo sospecha de las autoridades militares alemanas, llegó incluso a destruir los listados de judíos que poseía (Raimo, 1992, p. 104 ss.; Polizia di Stato, 2002, p. 83) para imposibilitar su localización y captura. Finalmente, por orden del teniente coronel de la Gestapo Herbert Kappler, fue detenido en la noche del 12 al 13 de septiembre de 1944 bajo la acusación de colaboración y entendimiento con el enemigo.
Tras permanecer recluido cerca de un mes en la prisión de Coroneo en Trieste, fue deportado al campo de concentración (KZL) de Dachau, donde ingresó el 22 octubre de 1944. Le tatuaron en el brazo el número de matrícula 117826, fue asignado al barracón 25 y, como prisionero político de nacionalidad italiana, vistió una chaqueta con un pequeño triángulo rojo que llevaba la letra “I” en el centro.
Falleció el 10 de febrero de 1945 a causa de la epidemia de tifo petequial (typhus exanthematicus) que azotaba el campo desde el diciembre anterior, y fue sepultado en la fosa común de la colina de Leitenberg, situada a un kilómetro aproximadamente del campo de concentración.

история о giovanni palatucci
PALATUCCI Giovanni). Γεννήθηκε στη Μοντέλα (Αβελλίνο) στις 29 Μαΐου 1909, ο μοναδικός γιος μεταξύ των τριών παιδιών του Φελίτσε (Felice) και της Αντζελίνα Μολινάρι (Angelina Molinari). Βαπτίστηκε την επόμενη ημέρα στον ναό του Αγίου Σιλβέστρου. Στο Ληξιαρχείο γεννήσεων του Δήμου της Μοντέλα για το έτος 1909 (φύλλο 91), αναγράφηκε εκ παραδρομής ως ημερομηνία γέννησής του η 31η Μαΐου· αργότερα, οι βιογράφοι απέδωσαν αυτή την αναντιστοιχία σε ένα απλό γραφειοκρατικό λάθος.
Η οικογένεια Παλατούτσι ήταν βαθιά θρησκευόμενη· δύο θείοι του από την πλευρά του πατέρα του, ο Αντόνιο και ο Αλφόνσο, ήταν Φραγκισκανοί μοναχοί, ενώ ένας τρίτος, ο Τζουζέπε Μαρία, έγινε επίσκοπος της Καμπάνια (Σαλέρνο) στις 28 Νοεμβρίου 1937. Το οικογενειακό περιβάλλον επηρέασε βαθύτατα τον χαρακτήρα του Τζοβάνι, εμποτίζοντάς τον με το πνεύμα της αυτοθυσίας και της αγάπης για τον πλησίον.
Σπουδές και στρατιωτική θητεία
Ολοκλήρωσε την πρωτοβάθμια εκπαίδευσή του στη Μοντέλα και συνέχισε τις σπουδές του στο γυμνάσιο Dionisio Pascucci στο Ντεντεκάνε, έναν οικισμό του Πιετραντεφούζι (Αβελλίνο). Στη συνέχεια ενγράφηκε στο κλασικό λύκειο Pietro Giannone του Μπενεβέντο, αλλά στο τέλος του πρώτου έτους αποχώρησε λόγω διαφωνιών με τους καθηγητές, αφού υπερασπίστηκε συμμαθητές του που θεωρούσε ότι υφίσταντο άδικη παρενόχληση. Συνέχισε τις σπουδές του ιδιωτικά στο Σεραφικό Κολλέγιο του Ραβέλλο (Σαλέρνο), του οποίου διευθυντής ήταν ο θείος του Τζουζέπε Μαρία, και έλαβε το απολυτήριο λυκείου (maturità) ως εξωτερικός υποψήφιος από το λύκειο Torquato Tasso του Σαλέρνο στις 23 Νοεμβρίου 1928.
Εγγράφηκε στη Νομική Σχολή του Πανεπιστημίου της Νάπολης, από την οποία μετεγγράφηκε σε εκείνη του Τορίνο όταν, για να εκπληρώσει τη στρατιωτική του θητεία, κατατάχθηκε ως εθελοντής στη σχολή έφεδρων αξιωματικών στο Μονκαλιέρι (Τορίνο), την οποία παρακολούθησε από τις 26 Ιανουαρίου 1930 έως τις 21 Φεβρουαρίου 1931. Στις 16 Δεκεμβρίου 1932 αποφοίτησε από το Πανεπιστήμιο του Τορίνο με τη διπλωματική εργασία Η σχέση αιτιότητας στο ποινικό δίκαιο, υπό την επίβλεψη του Εουτζένιο Φλοριάν (η οποία εκδόθηκε το 2004 στη Μοντέλα, με την επιμέλεια του ανιψιού του Αντόνιο Ντε Σιμόνε Παλατούτσι).
Είσοδος στην αστυνομία και μετάθεση στο Φιούμε
Μετά την πρακτική του άσκηση στο δικηγορικό γραφείο του Λουίτζι Ματζολένι στο Τορίνο, πέρασε τις εξετάσεις για την άδεια ασκήσεως επαγγέλματος (procuratore legale). Ωστόσο, αντί να ακολουθήσει δικηγορική καριέρα —όπως τον συμβούλευε ο Ματζολένι και επιθυμούσε ο πατέρας του—, στις αρχές του 1936 υπέβαλε αίτηση για να εισέλθει στην αστυνομία.
Ανέλαβε καθήκοντα στις 3 Αυγούστου στην αστυνομική διεύθυνση (questura) της Γένοβας ως δόκιμος υποδιοικητής. Από τον Φεβρουάριο έως τον Απρίλιο του 1937 παρακολούθησε τη 14η εκπαιδευτική σειρά στη Σχολή Στελεχών Δημόσιας Ασφάλειας στη Ρώμη. Μετά την ολοκλήρωση της εκπαίδευσης, μονιμοποιήθηκε ως υποδιοικητής και επέστρεψε στα καθήκοντά του στη Γένοβα στις 7 Μαΐου.
Εκεί παραχώρησε μια συνέντευξη η οποία δημοσιεύτηκε ανώνυμα στις 26 Ιουλίου 1937 σε τοπική εφημερίδα (ο τίτλος της παραμένει άγνωστος, αλλά το περιεχόμενό της σώζεται στον προσωπικό του φάκελο στα Κεντρικά Αρχεία του Κράτους). Στη συνέντευξη αυτή ασκούσε κριτική στην αστυνομία, κατηγορώντας την για γραφειοκρατία και αποκοπή από τα προβλήματα των πολιτών. Η συνέντευξη προκάλεσε σάλο στους ανωτέρους του, οι οποίοι σύντομα ανακάλυψαν την ταυτότητα του συντάκτη. Δεχόμενος αυστηρή επίπληξη, ο Παλατούτσι κινδύνευσε με απόλυση, αλλά τελικά οι αρχές περιορίστηκαν στο να τον μεταθέσουν στην αστυνομική διεύθυνση του Φιούμε (Fiume), όπου έφτασε στις 15 Νοεμβρίου 1937.
Βοήθεια προς τους Εβραίους πρόσφυγες (1938-1943)
Η κατάσταση των Ιταλών πολιτών εβραϊκής καταγωγής έγινε δραματική το 1938, μετά το λεγόμενο «Μανιφέστο της Φυλής» της 15ης Ιουλίου και τους λεγόμενους «Φυλετικούς Νόμους» της 17ης Νοεμβρίου. Ο Παλατούτσι, ο οποίος ήταν επικεφαλής του γραφείου αλλοδαπών της αστυνομικής διεύθυνσης, κατέβαλε κάθε δυνατή προσπάθεια για να βοηθήσει τόσο αυτούς όσο και τους ξένους Εβραίους που, εγκαταλείποντας τα εδάφη υπό γερμανικό έλεγχο, ζητούσαν να εισέλθουν στην Ιταλία μέσω του συνοριακού περάσματος του Φιούμε (Sorani, 1983, σελ. 124· Raimo, 1992, σελ. 60 κ.ε.· Polizia di Stato 2002, σελ. 27 κ.ε., 33· Picariello, 2007, σελ. 54 κ.ε.). Αυτές οι ενέργειες συνεχίστηκαν μέχρι τις 8 Σεπτεμβρίου 1943.
Καθώς δεν μπορούσε να εκδώσει έγγραφα με πραγματικά στοιχεία (φυλή, εθνικότητα κ.λπ.), ο Παλατούτσι παρείχε θεωρήσεις διέλευσης και πλαστά διαβατήρια (Sorani, 1983, σελ. 124· Raimo, 1992, σελ. 104· Coslovich, 2001, σελ. 17· Polizia di Stato, 2002, σελ. 83). Παράλληλα, προσπάθησε να αποτρέψει τον εκτοπισμό σε ιταλικά κέντρα κράτησης των Εβραίων που βρίσκονταν στο Φιούμε, είτε ως κάτοικοι είτε ως διερχόμενοι. Όταν αυτό δεν ήταν εφικτό, προσπαθούσε τουλάχιστον να τους κατευθύνει προς το στρατόπεδο συγκέντρωσης της Καμπάνια (Σαλέρνο), το οποίο βρισκόταν στη μητρόπολη του θείου του επισκόπου και ήταν εγκατεστημένο μάλιστα εντός κτιρίου της Κουρίας (Picariello, 2007, σελ. 83). Εκεί γνώριζε ότι οι συνθήκες διαβίωσης των κρατουμένων θα βελτιώνονταν από τον θείο του, με τη συνδρομή και του τοπικού πληθυσμού (Raimo 1992, σελ. 65 κ.ε., 70 κ.ε.· Coslovich, 2001, σελ. 18· Picariello 2007, σελ. 81-88).
Η γερμανική κατοχή και η εσωτερική αντίσταση
Όταν, μετά τις 8 Σεπτεμβρίου 1943, οι Γερμανοί κατέλαβαν το Φιούμε, οι αστυνομικές τους δυνάμεις ιδιοποιήθηκαν τις αρμοδιότητες της ιταλικής αστυνομικής διεύθυνσης, υποβιβάζοντας την ιταλική αστυνομία —της οποίας κατέσχεσαν όπλα, πυρομαχικά και οχήματα— σε ρόλο απλού εκτελεστή εντολών. Ενώ οι άλλοι αστυνομικοί υπάλληλοι του Φιούμε ζήτησαν και έλαβαν μετάθεση σε υπηρεσίες της νεοσύστατης Ιταλικής Κοινωνικής Δημοκρατίας (RSI), ο Παλατούτσι προτίμησε να παραμείνει.
Ως ο ανώτερος σε βαθμό αξιωματικός που είχε απομείνει, του ανατέθηκαν τα καθήκοντα του αναπληρωτή διευθυντή (vicequestore) (με το επίσημο έγγραφο πρωτ. 14569/Gab. της 28ης Φεβρουαρίου 1944 της Αστυνομικής Διεύθυνσης του Φιούμε, το οποίο φυλάσσεται στα Κεντρικά Αρχεία του Κράτους). Έτσι, μπόρεσε να συνεχίσει να βοηθά τους Εβραίους πρόσφυγες, γλιτώνοντάς τους από τον εκτοπισμό στα στρατόπεδα που λειτουργούσαν τότε στην Ιταλία.
Παραβιάζοντας τους ισχύοντες φυλετικούς νόμους, ο Παλατούτσι εκτεθειόταν σε σοβαρούς κινδύνους. Ωστόσο, αν και είχε τη δυνατότητα, δεν θέλησε να διαφύγει για να σωθεί στην Ελβετία, όπως του πρότεινε ένας Ελβετός πρόξενος που ήταν φίλος του (οι βιογράφοι διαφωνούν επίσης ως προς την ταυτότητα του τελευταίου). Με το πρόσχημα μιας αποστολής που έπρεπε να εκτελέσει ενώπιον της κυβέρνησης της RSI, συνόδευσε την Εβραία αρραβωνιαστικιά του Μίκα (Μικέλα) Άισλερ (Mika Eisler) και τη μητέρα της μέχρι τα ελβετικά σύνορα, αλλά δεν τις ακολούθησε (Coslovich, 2001, σελ. 22· Picariello, 2007, σελ. 227) και επέστρεψε στο Φιούμε.
Σύλληψη, εκτοπισμός και θάνατος
Προκαλώντας όλο και περισσότερες υποψίες στις γερμανικές στρατιωτικές αρχές, έφτασε στο σημείο να καταστρέψει τους καταλόγους των Εβραίων που είχε στην κατοχή του (Raimo, 1992, σελ. 104 κ.ε.· Polizia di Stato, 2002, σελ. 83), ώστε να καταστήσει αδύνατο τον εντοπισμό και τη σύλληψή τους. Τελικά, με εντολή του αντισυνταγματάρχη της Γκεστάπο Χέρμπερτ Κάπλερ (Herbert Kappler), συνελήφθη τη νύχτα μεταξύ 12 και 13 Σεπτεμβρίου 1944 με την κατηγορία της συνεργασίας και της συνωμοσίας με τον εχθρό.
Αφού κρατήθηκε για περίπου έναν μήνα στις φυλακές Κορονέο (Coroneo) της Τεργέστης, εκτοπίστηκε στη συνέχεια στο στρατόπεδο συγκέντρωσης (KZL) του Νταχάου, όπου έφτασε στις 22 Οκτωβρίου 1944. Του έκαναν τατουάζ στο μπράτσο με τον αριθμό μητρώου 117826, τοποθετήθηκε στον θάλαμο 25 και, ως πολιτικός κρατούμενος ιταλικής εθνικότητας, φορούσε χιτώνιο με ένα μικρό κόκκινο τρίγωνο που είχε στο κέντρο το γράμμα «I».
Πέθανε στις 10 Φεβρουαρίου 1945 από την επιδημία εξανθηματικού τύφου που μάστιζε το στρατόπεδο από τον προηγούμενο Δεκέμβριο, και τάφηκε σε ομαδικό τάφο στον λόφο του Λάιτενμπεργκ (Leitenberg), ο οποίος βρίσκεται περίπου ένα χιλιόμετρο μακριά από το στρατόπεδο συγκέντρωσης.

die geschichte von giovanni palatucci
PALATUCCI Giovanni. Er wurde am 29. Mai 1909 in Montella (Avellino) als einziger Sohn von drei Kindern des Felice Palatucci und der Angelina Molinari geboren. Er wurde am darauffolgenden Tag in der Kirche S. Silvestro getauft. Im Geburtsregister der Gemeinde Montella aus dem Jahr 1909, S. 91, wurde fälschlicherweise der 31. Mai als Geburtsdatum eingetragen; Biografen führten diese Abweichung später auf einen bloßen Schreibfehler zurück.
Die Familie Palatucci war sehr religiös: Zwei Onkel väterlicherseits, Antonio und Alfonso, waren Franziskaner, während ein dritter, Giuseppe Maria, am 28. November 1937 Bischof von Campagna (Salerno) wurde. Das familiäre Umfeld prägte Giovannis Charakter tief und vermittelte ihm Aufopferungsbereitschaft und Nächstenliebe.
Ausbildung und Militärdienst
Er absolvierte seine ersten Schuljahre in Montella und setzte seine Ausbildung am Gymnasium Dionisio Pascucci in Dentecane, einem Ortsteil von Pietradefusi (Avellino), fort. Anschließend schrieb er sich am humanistischen Gymnasium Pietro Giannone in Benevent ein, verließ dieses jedoch am Ende des ersten Jahres aufgrund von Konflikten mit den Lehrkräften, nachdem er sich für Mitschüler eingesetzt hatte, die seiner Ansicht nach ungerecht schikaniert wurden. Er setzte seine Ausbildung privat am Collegio Serafico in Ravello (Salerno) fort, dessen Rektor sein Onkel Giuseppe Maria war, und legte sein Abitur (maturità) als externer Prüfling am Gymnasium Torquato Tasso in Salerno am 23. November 1928 ab.
Er schrieb sich für das Studium der Rechtswissenschaften an der Universität Neapel ein, von der er an die Universität Turin wechselte, als er zur Ableistung seines Militärdienstes als Freiwilliger in die Reserveoffiziersanwärterschule in Moncalieri (Turin) eintrat. Diese besuchte er vom 26. Januar 1930 bis zum 21. Februar 1931. Am 16. Dezember 1932 schloss er sein Studium an der Universität Turin mit der von Eugenio Florian betreuten Arbeit Il rapporto di causalità nel diritto penale (Der Kausalitätszusammenhang im Strafrecht) ab (veröffentlicht 2004 in Montella, herausgegeben von seinem Neffen Antonio De Simone Palatucci).
Eintritt in den Polizeidienst und Versetzung nach Fiume
Nach seinem Praktikum in der Kanzlei des Rechtsanwalts Luigi Mazzoleni in Turin bestand er die Prüfung zum zugelassenen Rechtsanwalt (procuratore legale). Statt jedoch die juristische Laufbahn einzuschlagen – wie von Mazzoleni empfohlen und von seinem Vater gewünscht –, bewarb er sich Anfang 1936 für den Polizeidienst.
Er trat seinen Dienst am 3. August bei der Polizeidirektion (questura) in Genua als stellvertretender Kommissaranwärter auf Probe an und besuchte von Februar bis April 1937 den XIV. Lehrgang an der Ausbildungsstätte für Beamte der öffentlichen Sicherheit in Rom. Nach Abschluss des Lehrgangs wurde er als stellvertretender Kommissar bestätigt und trat am 7. Mai wieder seinen Dienst in Genua an.
Hier gab er ein Interview, das am 26. Juli 1937 anonym in einer Lokalzeitung erschien (der Name der Zeitung ist unbekannt, der Inhalt ist jedoch durch seine Personalakte im Zentralen Staatsarchiv belegt). Darin kritisierte er die Polizei, warf ihr Bürokratismus vor und warf ihr vor, von den Problemen der Bürger entfremdet zu sein. Das Interview erregte bei seinen Vorgesetzten großes Aufsehen, und die Identität des Autors wurde schnell aufgedeckt. Nach einer schweren Rüge drohte Palatucci die Entlassung, doch man beschränkte sich darauf, ihn zur Polizeidirektion nach Fiume zu versetzen, wo er am 15. November 1937 eintraf.
Hilfe für jüdische Flüchtlinge (1938–1943)
Als sich die Lage der italienischen Staatsbürger jüdischer Herkunft im Jahr 1938 infolge des sogenannten „Manifests der Rasse“ vom 15. Juli und der sogenannten „Rassengesetze“ vom 17. November dramatisch zuspitzte, setzte sich Palatucci, der Leiter der Ausländerbehörde der Polizeidirektion war, unermüdlich für sie und für ausländische Juden ein, die aus den unter deutscher Herrschaft stehenden Gebieten flohen und über den Grenzübergang Fiume nach Italien einreisen wollten (Sorani, 1983, S. 124; Raimo, 1992, S. 60 ff.; Polizia di Stato 2002, S. 27 f., 33; Picariello, 2007, S. 54 ff.). Diese Hilfsaktionen dauerten bis zum 8. September 1943 an.
Da er keine Dokumente mit den realen Daten (Rasse, Staatsangehörigkeit etc.) ausstellen durfte, stellte Palatucci Transitvisa und gefälschte Pässe aus (Sorani, 1983, S. 124; Raimo, 1992, S. 104; Coslovich, 2001, S. 17; Polizia di Stato, 2002, S. 83) und versuchte, die Deportation der in Fiume ansässigen oder auf der Durchreise befindlichen Juden in italienische Internierungslager zu verhindern. Wenn dies nicht möglich war, versuchte er zumindest, sie in das Internierungslager von Campagna (Salerno) überstellen zu lassen. Dieses befand sich in der Diözese seines Onkels, des Bischofs, und war in einem Gebäude der Kurie untergebracht (Picariello, 2007, S. 83). Er wusste, dass die Lebensbedingungen der Internierten dort durch seinen Onkel und mit Unterstützung der örtlichen Bevölkerung gemildert werden würden (Raimo 1992, S. 65 f., 70 ff.; Coslovich, 2001, S. 18; Picariello 2007, S. 81–88).
Die deutsche Besatzung und die innere Resistenz
Als die Deutschen nach dem 8. September 1943 die Kontrolle über Fiume übernahmen, entzogen ihre Polizeikräfte der italienischen Polizeidirektion die Befugnisse und degradierten die italienische Polizei, deren Waffen, Munition und Fahrzeuge beschlagnahmt wurden, zu bloßen Befehlsempfängern. Während sich die anderen Polizeibeamten von Fiume in Dienststellen innerhalb der neu gegründeten Italienischen Sozialrepublik (RSI) versetzen ließen, zog Palatucci es vor, zu bleiben.
Als ranghöchster verbliebener Beamter wurden ihm die Aufgaben des stellvertretenden Polizeipräsidenten (vicequestore) übertragen (mit Schreiben Prot. 14569/Gab. vom 28. Februar 1944 der Questura von Fiume, aufbewahrt im Zentralen Staatsarchiv). So konnte er jüdischen Flüchtlingen weiterhin helfen und sie vor der Deportation in die damals in Italien existierenden Lager bewahren.
Durch den Verstoß gegen die geltenden Rassengesetze setzte sich Palatucci großen Risiken aus. Doch obwohl er die Möglichkeit dazu gehabt hätte, wollte er sich nicht in der Schweiz in Sicherheit bringen, wie es ihm ein befreundeter Schweizer Konsul vorschlug (unter den Biografen herrscht Uneinigkeit über dessen Identität). Unter dem Vorwand einer Mission bei der Regierung der RSI begleitete er seine jüdische Verlobte Mika (Mikela) Eisler und deren Mutter an die Schweizer Grenze, folgte ihnen jedoch nicht (Coslovich, 2001, S. 22; Picariello, 2007, S. 227), sondern kehrte nach Fiume zurück.
Verhaftung, Deportation und Tod
Da er bei den deutschen Militärbehörden immer stärker unter Verdacht geriet, ging er schließlich so weit, die in seinem Besitz befindlichen Listen von Juden zu vernichten (Raimo, 1992, S. 104 ff.; Polizia di Stato, 2002, S. 83), um deren Aufspüren und Gefangennahme unmöglich zu machen. Schließlich wurde er auf Befehl des Gestapo-Obersturmbannführers Herbert Kappler in der Nacht vom 12. auf den 13. September 1944 unter dem Vorwurf der Kollaboration und des Landesverrats verhaftet.
Nachdem er etwa einen Monat im Coroneo-Gefängnis in Triest inhaftiert gewesen war, wurde er in das Konzentrationslager (KZ) Dachau deportiert, wo er am 22. Oktober 1944 eintraf. Ihm wurde die Häftlingsnummer 117826 auf den Arm tätowiert, er wurde der Baracke 25 zugewiesen und trug als politischer Häftling italienischer Nationalität eine Jacke mit einem kleinen roten Winkel, in dessen Mitte sich der Buchstabe „I“ befand.
Er starb am 10. Februar 1945 an der Fleckfieber-Epidemie (typhus exanthematicus), die das Lager seit dem vorangegangenen Dezember heimsuchte, und wurde in einem Massengrab auf dem Hügel von Leitenberg beigesetzt, der etwa einen Kilometer vom Konzentrationslager entfernt liegt.
La storia
PALATUCCI, Giovanni. – Nacque a Montella (Avellino) il 29 maggio 1909, unico maschio dei tre figli di Felice e di Angelina Molinari.
Fu battezzato l’indomani nella chiesa di S. Silvestro. Nel Registro degli atti di nascita del Comune di Montella, anno 1909, c. 91, erroneamente lo si indicò nato il 31: in seguito i biografi attribuirono il disguido a un mero errore materiale.
La famiglia Palatucci era molto religiosa; due zii paterni, Antonio e Alfonso, furono francescani, un terzo, Giuseppe Maria, divenne vescovo di Campagna (Salerno) il 28 novembre 1937. L’ambiente familiare influenzò l’animo di Giovanni, inculcandogli abnegazione e amore per il prossimo.
Compì i primi studi a Montella e li proseguì al ginnasio Dionisio Pascucci a Dentecane, frazione di Pietradefusi (Avellino); si iscrisse poi al liceo classico Pietro Giannone di Benevento, ma al termine del primo anno si ritirò a causa di contrasti con i docenti, dopo aver preso le difese di alcuni compagni che riteneva vessati ingiustamente; continuò gli studi privatamente nel collegio Serafico di Ravello (Salerno), di cui era rettore lo zio Giuseppe Maria, e conseguì la maturità da privatista al liceo Torquato Tasso di Salerno il 23 novembre 1928.
Si iscrisse al corso di laurea in giurisprudenza all’Università di Napoli, dalla quale si trasferì a quella di Torino allorché, per assolvere il servizio militare, entrò volontario nella scuola allievi ufficiali di complemento a Moncalieri (Torino), che frequentò dal 26 gennaio 1930 al 21 febbraio 1931. Il 16 dicembre 1932 si laureò all’Università di Torino con la tesi Il rapporto di causalità nel diritto penale, relatore Eugenio Florian (pubblicata nel 2004 a Montella, a cura del nipote Antonio De Simone Palatucci).
Dopo il tirocinio presso lo studio dell’avvocato Luigi Mazzoleni di Torino, superò l’esame di procuratore legale, ma anziché intraprendere la carriera forense – come consigliato da Mazzoleni e nei desideri del padre – nei primi mesi del 1936 presentò domanda per entrare in polizia; prese servizio il 3 agosto alla questura di Genova come vicecommissario aggiunto in prova e dal febbraio all’aprile 1937 frequentò il XIV corso presso la Scuola di formazione per funzionari di Pubblica Sicurezza a Roma; a fine corso fu confermato vicecommissario aggiunto e riprese servizio a Genova il 7 maggio. Qui rilasciò un’intervista che il 26 luglio 1937 apparve anonima su un giornale cittadino (si ignora la testata, ma è noto il contenuto [fascicolo personale nell’Arch. centrale dello Stato]), in cui criticava la polizia, accusandola di burocratismo e di essere lontana dai problemi dei cittadini; l’intervista suscitò scalpore tra i suoi superiori che vennero presto a conoscenza dell’identità dell’autore: fortemente biasimato, Palatucci rischiò l’espulsione, ma ci si limitò a trasferirlo alla questura di Fiume, dove giunse il 15 novembre 1937.
Divenuta drammatica nel 1938, a seguito del cosiddetto Manifesto della razza del 15 luglio e delle cosiddette Leggi razziali del 17 novembre, la posizione dei cittadini italiani di origine ebraica, Palatucci, che era a capo dell’ufficio stranieri della questura, si prodigò per portare aiuto a loro e agli ebrei stranieri che, abbandonando i territori soggetti ai tedeschi, chiedevano di poter entrare in Italia attraverso il valico di Fiume (Sorani, 1983, p. 124; Raimo, 1992, p. 60 ss.; Polizia di Stato 2002, pp. 27 s., 33; Picariello, 2007, p. 54 ss.). Queste azioni durarono fino all’8 settembre 1943. Non potendo rilasciare documenti con i dati reali (razza, nazionalità ecc.), Palatucci fornì visti di transito e passaporti falsi (Sorani, 1983, p. 124; Raimo, 1992, p. 104; Coslovich, 2001, p. 17; Polizia di Stato, 2002, p. 83) e tentò di impedire la deportazione nei centri di internamento italiani degli ebrei che si trovavano a Fiume, come residenti o in transito; quando ciò non fu possibile, cercò per lo meno di farli avviare verso il campo di internamento di Campagna (Salerno), che si trovava nella diocesi dello zio vescovo e, addirittura, era installato all’interno di una struttura della Curia (Picariello, 2007, p. 83): lì sapeva che le condizioni di vita degli internati sarebbero state alleviate dallo zio, con il concorso della popolazione locale (Raimo 1992, pp. 65 s., 70 ss.; Coslovich, 2001, p. 18; Picariello 2007, pp. 81-88).
Quando, dopo l’8 settembre 1943, i tedeschi presero possesso di Fiume, le loro forze di polizia avocarono le funzioni della questura, relegando al ruolo di mera esecuzione di ordini la polizia italiana, alla quale furono sequestrati armi, munizioni e automezzi. Gli altri funzionari della polizia di Fiume si fecero allora trasferire presso sedi dislocate nella neonata Repubblica sociale italiana, ma Palatucci preferì restare. Rimasto il più alto in grado, gli vennero affidate le funzioni di vicequestore (con lett. prot. 14569/Gab. del 28 febbraio 1944 della Questura di Fiume, conservata ll’Arch. centrale dello Stato). Poté così continuare a soccorrere i profughi ebrei, sottraendoli anche alla deportazione nei campi allora esistenti in Italia.
Violando le leggi razziali vigenti, Palatucci si esponeva a gravi rischi ma, pur avendone la possibilità, non volle porsi in salvo in Svizzera, come gli fu proposto da un console svizzero suo amico (tra i biografi c’è disaccordo pure sulla sua identità): col pretesto di una missione da svolgere presso il governo della RSI, accompagnò la fidanzata ebrea Mika (Mikela) Eisler e sua madre al confine con la Svizzera, ma non le seguì (Coslovich, 2001, p. 22; Picariello, 2007, p. 227) e tornò invece a Fiume.
Venuto sempre più in sospetto alle autorità militari tedesche, arrivò perfino a distruggere gli elenchi degli ebrei in suo possesso (Raimo, 1992, p. 104 ss.; Polizia di Stato, 2002, p. 83), in modo da renderne impossibile l’individuazione e la cattura, finché, per ordine del tenente colonnello della Gestapo Herbert Kappler, nella notte fra il 12 e il 13 settembre 1944 fu arrestato con l’accusa di collaborazione e intelligenza con il nemico. Rinchiuso per circa un mese nel carcere Coroneo di Trieste, venne poi tradotto al KZL (Konzentrationslager) di Dachau, dove giunse il 22 ottobre 1944; gli fu tatuata sul braccio la matricola 117826, fu assegnato alla baracca 25 e, in quanto internato politico di nazionalità italiana, indossò una casacca con un piccolo triangolo rosso avente al centro la lettera I.
Morì il 10 febbraio 1945 per l’epidemia di tifo petecchiale che imperversava nel campo dal dicembre precedente e fu sepolto nella fossa comune sulla collinetta di Leitenberg, situata a circa un chilometro dal campo di concentramento.
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