Dall’Osservatore Romano del 19 marzo 2015
di PIER LUIGI GUIDUCCI
Sono terminati a Roma i lavori della Commissione di studio che ha visto esperti, anche di fede ebraica, coordinati da chi scrive sulla figura e l`opera di Giovanni Palatucci, il questore di Fiume che morì a Dachau nel 1945.
Durante la ricerca sono stati consultati esperti italiani (di Trieste e altre località), di Gerusalemme, Bruxelles, Rijeka, Berlino, Berna, Londra, Southampton e Washington.
Interi fascicoli riguardanti Palatucci sono stati acquisiti in copia, migliaia di documenti sono stati letti e indagati.
Dallo studio sono emersi fatti molto interessanti, verificati con controlli incrociati coinvolgendo storici, esperti e autori di libri e articoli sul questore di Fiume.
Un primo dato che emerge dal dialogo con gli uffici del World Jewish Congress è che la figura di Palatucci e la sua azione di sostegno agli ebrei perseguitati furono esplicitamente segnalate da esponenti del mondo ebraico.
Nel 1945, mentre nessuno in Italia parlava di Palatucci la notizia ufficiale della sua morte arrivò ai familiari nell`aprile del 1948 il delegato ebraico Raffaele Cantoni intervenne a un incontro della Special European Conference che si svolse a Londra dal 19 al 23 agosto di quell`anno; gli atti sono custoditi nell`archivio della università di Southampton.
Fu in quella occasione che Cantoni parlò della drammatica situazione italiana e della realtà postbellica, ricordando le operazioni attivate per salvare i perseguitati ebrei.
All`interno del quadro delineato, fece comprendere il ruolo del “canale di Fiume” e l`iniziativa di singole persone che, pur sempre meno numerose, cercarono di individuare dei percorsi di sopravvivenza per gli ebrei.
Dato il clima molto ostile, noto a tutti a quel tempo basti pensare al trattamento riservato al rabbino di Sugak, Otto Deutsch, che era stato internato in un manicomio e considerato l`antisemitismo di gran parte delle autorità (il prefetto Testa, il questore Genovese, il capo dell`ufficio politico della Questura) non fu difficile dedurre il ruolo positivo svolto da Palatucci.
In quell`occasione, Cantoni invitò a Roma Léon Kubowitzki, all`epoca segretario federale del World Jewish Congress.
L`invito fu accolto e, l`anno dopo, Kubowitzki raggiunse l`urbe ed ebbe incontri anche in Vaticano.
Un secondo dato, che emerge dagli uffici dell`Unione delle comunità ebraiche italiane e da altri archivi, è che l`indicazione di Cantoni venne ripresa da Settimio Sorani, un altro esponente ebraico.
Sorani operò nella Delegazione per l`assistenza degli emigranti ebrei durante la guerra.
Attraverso l`Archivio ebraico Terracini, e la documentazione dell`Amenican Joint Distribution Committee, dell`Hebrew Immigrant Aid Service, e quello del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea è possibile ricostruire la rete degli interventi.
Nell`area di Fiume, dove operava Palatucci, ci fu una durissima persecuzione antiebraica.
Mancano però notizie certe sulle sorti dell`archivio storico.
Quando la polizia tedesca incendiò,il 3o gennaio 1944, il tempio in via Pomerio 31, la biblioteca della comunità ebraica fu distrutta dalle fiamme.
Anche la biblioteca del rabbino capo Frank fu portata via dai tedeschi dopo la deportazione della sua vedova.
In tale contesto, Sorani che nelle sue memorie,basate su documenti del 1939-1945, non fu tenero verso il Vaticano dedicò un intero paragrafo alla figura di Giovanni Palatucci.
Emergono dai suoi scritti dei punti mai contestati dai suoi contemporanei: il “canale di Fiume”
(luogo di salvezza per gli ebrei), l`azione di Palatucci a favore degli ebrei perseguitati, un numero elevato di salvati accertati (cinquemila), e un numero complessivo di salvati di cui non fu possibile quantificare la cifra.
Un terzo dato, ricavato confrontando tra loro testimonianze del tempo e documenti, riguarda gli scampati al lager che parlarono di Palatucci.
Non tenendo conto delle frasi generiche – inutili per i riscontri storici – delle espressioni di mero entusiasmo, delle affermazioni ripetute per sentito dire (rese talvolta deboli dal trascorrere dei decenni), ed evidenziando pure talune imprecisioni dovute al tempo e alle tensioni legate ai drammi affrontati, è stato possibile stilare un elenco di ebrei che, in modo diretto o indiretto, furono aiutati da Palatucci nella fuga.
Queste persone indicarono tempi, luoghi, interlocutori, problemi economici, aspetti giuridici (documenti di riconoscimento), ambienti di rifugio, correligionari rimasti uccisi, speculatori e delatori.
In tale situazione, l`indicazione di Palatucci è precisa. I riscontri compiuti hanno dato esito positivo.
Nelle carte ritrovate molte furono portate via dai nazisti e poi dai titini – sono emerse varie strategie per salvare gli ebrei: fascicoli talvolta incompleti, il frequente uso del termine «irreperibile», datazioni non aggiornate, scambi di nomi, vuoti di trascrizione e così via.
Un quarto dato è stato ricavato dall`aiuto ricevuto dalla Svizzera, dalla Germania e dalla Croazia. Quando Palatucci fu arrestatonon venne fucilato.
Eppure, il reato di cui era accusato prevedeva la pena di morte; il processo ai traditori, in tempo di guerra, durava pochi minuti.
Per quasi un mese fu rinchiuso nel carcere di Trieste.
Gli storici si sono chiesti il perché.
Dalle ricerche compiute, risulta che furono fatti dei tentativi per salvargli la vita.
Un riscontro di ciò lo si trova nella lettera che il padre di Giovanni, Felice Palatucci, scrisse il 25 agosto 1950 a Gerda Frossard.
I tentativi mirati a salvare la vita al questore di Fiume furono attivati dal conte Marcel Frossard de Saugy che fu ascoltato dai nazisti perché – oltre a essere inserito in attività finanziarie – era marito di Gerda, nobildonna tedesca appartenente alla famiglia dei baroni von Biilow.
Il padre di Gerda, Adm von Biilow D itrik, era un socio di minoranza della Companhia Antartica Paulista, che fu uno dei punti di riferimento del processo di modernizzazione in Brasile.
Inoltre, prima della seconda guerra mondiale il Brasile aveva stretti contatti con la Germania nazista: erano partner economici e il Paese sudamericano ospitava il più grande partito nazifascista fuori d`Europa che contava più di quarantamila iscritti, specie nei centri di Belém, Salvador de Bahia, San Paolo e Rio de Janeiro.
Non possono, quindi, essere esclusi contatti economici tra i von Biilow e i vertici di Berlino.
In conclusione, anche grazie ad altri riscontri, si può affermare che Palatucci non era considerato dai Superiori una persona di fiducia.
Dai documenti e dalle testimonianze studiate con metodo critico risulta che il reggente della Questu-ra era sorvegliato in quanto persona che interagiva con ebrei anche all`esterno dell`ufficio.
La ricerca storica, a questo punto, conduce a Belgrado e ai suoi archivi, alla rilettura di tutte le istruttorie processuali a carico di dirigenti fascisti e nazisti che operarono nell`area di Fiume,
e all`individuazione del lavoro sotterraneo di rete per salvare gli ebrei.
Sono già stati acquisiti contributi provenienti dalla Prefettura di Trieste e dal lavoro dello studioso Aldo Viroli.
Questo potrebbe migliorare la conoscenza di molti fatti.
Pur non avendo ancora trovato le informative dei delatori, i verbali di interrogatorio (sotto tortura) di Palatucci, il dispositivo della sentenza di morte, e i verbali di Dachau, rimane un dato significativo: Palatucci non parlò.
Dopo il suo arresto non risultano fermi legati a sue dichiarazioni.








