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Personaggi: chi fu Temistocle Testa

IL MODENESE TEMISTOCLE TESTA CHE TERRORIZZO’ LE POPOLAZIONI DELL’ISTRIA*

C’è un gerarca fascista modenese che, nonostante si sia macchiato le mani di crimini efferati, è quasi sconosciuto. Si tratta di Temistocle Testa.
Ma chi era Testa? Giovanissimo, iniziò la sua carriera come squadrista e picchiatore. Nel 1922, a soli 25 anni, venne eletto vice federale di Modena e nominato console della MVSN (milizia volontaria per la sicurezza nazionale). Dal 19 giugno 1928 al 15 febbraio 1931 ha ricoperto la carica di segretario federale di Modena. In quest’ultima data venne nominato prefetto di Perugia, incarico che ricoprirà fino al 15 ottobre 1938, data in cui venne nominato prefetto di Udine. Dal 20 febbraio 1938 al 1° febbraio 1943 ricoprirà la carica di prefetto di Fiume.

Testa, appena giunse a Fiume, manifestò il proprio disprezzo per gli sloveni. In una sua lettera diretta a Mussolini si legge: “Sono un popolo che ogni giorno di più sta dimostrando di essere quello che è sempre stato, cioè una razza inferiore che deve essere trattata come tale e non come da pari a pari”. Dopo l’occupazione della Jugoslavia, con R.G. del 28 maggio 1941, gli vennero conferiti poteri straordinari per i territori aggregati alla provincia di Fiume, che egli esercitò con fanatismo e brutalità.
Testa, che ostentava le sue imprese criminali, in un suo manifesto scrive: “Ho fatto eseguire l’internamento nei campi di concentramento in Italia sloveni e croati dalle cui abitazioni si erano allontanati senza informare le autorità. (…) Sono state rase al suolo le loro case, confiscati i beni e fucilati 20 componenti di dette famiglie, estratti a sorte, per rappresaglia”.

Ancora più terrificante è la sorte toccata al villaggio di Pothum, posto a nord di Fiume. Per ordine di Testa, reparti di camicie nere, all’alba del 23 luglio 1942, irruppero in quel villaggio che venne saccheggiato poi incendiato. Più di 100 uomini dai 13 ai 64 anni vennero fucilati e 889 persone finirono nei campi di concentramento italiani. Lo stesso giorno, con toni trionfalistici, Testa informò Roma dell’operazione eseguita: “Ieri sera, tutto l’abitato di Pothum (nessuna dirigente dell’ufficio Whitepeard di Fiume, mentre egli era prefetto della città istriana.”

Dopo la liberazione di Roma (4 giugno 1944), Testa, sempre al seguito di Dollman, si ritirò a Firenze, dove incontrarono il Ministro dell’Interno, Buffarini Guidi, al quale Dollman chiese di avere al suo fianco come fiduciario l’ex prefetto di Fiume. I due gerarchi si diressero verso Reggio Emilia, che raggiunsero il 21 luglio 1944, stabilendosi a Villa Brazza di Roncina alla periferia della città. Dopo la strage di Marzabotto (30 settembre 5 ottobre 1944), su richiesta di Mussolini, Hitler ordinò un’inchiesta che venne affidata a Dollman, il quale, accompagnato da Testa, giunse nel capoluogo emiliano il 10 ottobre, dove incontrò il prefetto fascista di Bologna, Dino Fantozzi ed il cardinale Nasalli Rocca. Come era prevedibile, nonostante l’atrocità compiuta dalle SS, da tale inchiesta non emerse nulla.

Con l’avvicinarsi della fine della guerra, Testa si preparò il terreno per il dopo. Infatti, verso la metà del mese di aprile 1945, ebbe due incontri con i partigiani reggiani a Baiso sull’Appennino reggiano per proporre un accordo fra partigiani e nazifascisti, sostenendo che era “l’unico modo per salvare il resto dell’Italia”. Si pre-

(casa esclusa) est stata rasa al suolo et conniventi et partecipanti bande ribelli nel numero 108 sono stati passati per le armi. Il resto della popolazione e le donne e i bambini sono stati internati. Nel secondo comune di Castua subiscono spedizioni punitive: sono state passate per le armi 59 persone, altre 231 deportate”. Le azioni di Testa non hanno nulla da invidiare a quelle di Reder a Sant’Anna di Stazzema ed a Marzabotto.

In quegli anni, alle dipendenze di Testa, operò l’eroe martire Giovanni Palatucci, commissario di Polizia, che, per aver salvato migliaia di ebrei e per aver tentato di salvare l’italianità di Fiume, venne arrestato dalla Gestapo per ordine di Kapppler, il 13 settembre 1944 e deportato nel campo di concentramento di Dachau in Germania, dove troverà la morte il 10 febbraio 1945.

Testa, oltre ad essere un criminale, era anche un ladro. Infatti, aveva costituito un vero comitato d’affari coinvolgendo i suoi collaboratori più fidati. Trafficava e speculava in valuta, acquistava preziosi, pellicce e generi alimentari, che avrebbero dovuto servire alla seconda armata italiana. Diversi anonimi informarono Mussolini, che incaricò l’Ovra, (la Polizia Segreta) sentò ai partigiani esibendo un documento recante il timbro “Comitato di Liberazione Nazionale – Alta Italia”, in cui si leggeva: “Il latore è elemento conosciuto di questo comando. Si pregano i comandi partigiani di dargli aiuto ed assistenza”. Tali offerte vennero sdegnosamente respinte dai partigiani reggiani, che conoscevano molto bene Testa. In queste operazioni Testa continuava ad avere la collaborazione del fedelissimo, Giuseppe Cancarini Ghisetti, altro personaggio molto misterioso, che lo seguiva come un’ombra.

Alcuni giorni prima della liberazione, Testa si costituì al Questore di Milano, Emilio Elia, già esponente della missione “Nemo”, a cui avrebbe aderito anche Testa. Sebbene arrestato, Testa rimase in Questura dove continuava a dare ordini. Nella prima settimana di maggio giunse da Modena, un gruppo di partigiani, guidati da Benito Vaccari, per prelevare Testa ed accompagnarlo a Modena poiché gli Alleati lo avevano dichiarato “criminale di guerra per via dei crimini commessi in Jugoslavia quando era prefetto di Fiume e del Carnaro”. Il Questore Elia (nominato dal C.N.L.) si rifiutò di consegnare Testa ai partigiani modenesi e lo inviò al carcere di San Vittore per motivi di sicurezza. Dopo due settimane, ritornarono a Milano i partigiani

(del Duce) di effettuare una inchiesta riservata, dalla quale emerse che, oltre a quanto era stato segnalato, Testa aveva creato, a Susak, un allevamento di quasi 2000 maiali, che venivano nutriti con il grano turco assegnato alla popolazione. I cereali venivano portati all’allevamento con autocarri militari. In seguito al rapporto dell’Ovra, il primo febbraio 1943 venne sollevato dall’incarico e messo a disposizione del Ministero dell’Interno. Successivamente, venne nominato alto commissario per la Sicilia, incarico che mantenne fino allo sbarco degli Alleati in Sicilia, il 10 luglio 1943.

Quattro giorni dopo la caduta del fascismo (25 luglio 1943), Testa prevedendo il voltafaccia dell’Italia ed il ruolo che avrebbero avuto i tedeschi, prese i contatti con il colonnello delle SS Eugen Dollman, luogotenente del generale Karl Wolff, capo delle SS in Italia. Il gerarca modenese diverrà un fedele servitore dell’ufficiale nazista sino alla fine della guerra.

Dopo l’8 settembre, Testa è a Roma dove diviene capo commissariato per i trasporti della capitale. Dolman lo definì “Dittatore dei trasporti, con alle sue dipendenze i convogli automobilistici del Vaticano”. In combutta con il commissario di P.S. Francesco Senatore, vende le auto sequestrate per conto del governo. E’ segnalato alla sezione CS come collaboratore della squadra di polizia fascista, comandata dal famigerato Pietro Kock. Nel frattempo viene arrestato dalle SS perché ritenuto implicato nella fuga di Edda Ciano in Svizzera, ma viene messo subito in libertà.

Le sue frenetiche iniziative lo portano a collaborare anche con il campo avverso. Infatti, con il suo fedelissimo, il tenente degli alpini Giuseppe Cancarini Ghisetti, avrebbe fatto parte dell’OSS (la futura CIA), allacciando rapporti con la rete “Nemo”, servizio informazioni della Resistenza, che collaborava con gli Alleati. Dopo la liberazione di Roma si trasferì al nord dove svolse diversi ruoli, ricoprendo tra l’altro il ruolo di dirigente dell’O.I.L. (Organizzazione italiana del lavoro). A Milano incontrà il capitano di corvetta Emilio Elia “Nemo”, già modenesi ai quali venne consegnato Testa a condizione che fosse accompagnato dall’ufficiale inglese, Podestà.

Circa un mese dopo, Testa venne fatto liberare dal generale americano Allen Dulles, che lo fece prelevare nottetempo dal Carcere di Sant’Eufemia di Modena e trasportare a Roma, dove venne processato ed assolto da ogni accusa. L’assoluzione fu senz’altro garantita dalla testimonianza del questore Elia, che lo descrisse: “Valoroso collaboratore della rete ‘Nemo’, che fornì importanti informazioni politico militare”. Le testimonianze di Dulles e di Elia impedirono alle sue vittime del Carnaro di avere giustizia. Sempre per motivi di sicurezza, Testa venne inviato in Calabria. Nel frattempo, l’ex prefetto di Fiume, che faceva parte della lista dei criminali fascisti italiani, venne richiesto anche dalla Yugoslavia di Tito, alla quale non verrà mai consegnato. Testa morirà a Roma nel 1949 in circostanze mai chiarite. All’epoca si parlò di un presunto suicidio. Questo uno dei tanti misteri che hanno costellato l’Italia del dopoguerra.

Rolando Balugani

* Resistenza e Antifascismo OGGI – febbraio 2016

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