Il 27 gennaio del 1945 le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. È stato scelto questo giorno per commemorare ogni anno la Shoah e lo sterminio di oltre 6 milioni di ebrei. Il calcolo delle vittime dell’Olocausto è ancora oggi oggetto di dibattito. Durante il processo di Norimberga, in base anche alle deposizioni di membri delle SS, si stabilì una cifra oscillante tra i 5 e i 6 milioni di morti. Ma c’è chi ritiene che il numero reale possa avvicinarsi tra i 15 ed i 20 milioni di vittime.
La parola “Olocausto” deriva dal greco “olokaustos”, ovvero “bruciato interamente”, e veniva utilizzata per indicare una forma di sacrificio prevista dal giudaismo in cui l’oggetto del sacrificio veniva completamente arso. Dalla seconda metà del Novecento il termine è stato poi utilizzato per indicare il genocidio degli ebrei da parte della Germania nazista di Hitler. Il termine “Shoah”, in ebraico “catastrofe”, è stato invece assunto più recentemente. Venne usato per la prima volta nel 1940 dalla comunità ebraica in Palestina in riferimento allo sterminio degli ebrei polacchi.
Millie Weber, una scrittrice ebreo-polacca testimone della Shoah sopravvissuta miracolosamente ai campi di sterminio fu testimone di una serie di eventi clamorosamente orribili, come quello proposto di seguito. “Una volta mi avevano dato del sapone, una tavoletta grezza, rettangolare, con sopra impresse le iniziali RJF. Allora non sapevo cosa significassero quelle lettere, ma nel giorno dello Yom Kippur qualcuno me lo rivelò. Nel giorno in cui si prega e Dio perdona il suo popolo ed è vicino a lui in spirito di amore e conciliazione, quel giorno imparai il significato di RJF. Rein Juden Fett, puro grasso ebreo. Ci avevano dato la possibilità di pulirci con i cadaveri dei nostri fratelli ebrei.”








